Recensione adottata di K-Box Play di Ra Chapman

di Kayla Curtis, adottato coreano cresciuto in Australia, assistente sociale e consulente specializzato in adozione.

Voglio condividere alcune riflessioni dall'andare al K-Box Serata di acquisizione dell'adozione alla Maltea e vedere il K-Box di Ra Chapman suonare a Melbourne, in Australia, il 9 settembre.

Personalmente, provo un'eccitazione nel vedere K-Box perché ha catturato così tanto della mia esperienza di adozione personale con chiarezza emotiva e di confronto. I miei commenti a Ra in seguito sono stati: “Potevano essere i miei genitori su quel palco, il set era la casa della mia famiglia e la sceneggiatura era molto vicina alle conversazioni che ho avuto con la mia famiglia nel corso degli anni. Grazie per aver fatto luce su alcuni di ciò che dobbiamo affrontare e incluso alcuni dei problemi scomodi e affrontabili che sono così nascosti e invisibili agli altri, in particolare alle nostre famiglie”.  

K-Box è scritto e diretto da Ra Chapman, un'adottata della Corea del Sud, attualmente residente a Melbourne. Questo spettacolo è unico nel suo genere ed è il primo a far luce sulle complessità e le sfumature dell'esperienza dell'adozione internazionale in Australia e ad avere un adottato internazionale come protagonista principale. Ra ha scritto la commedia sulla base della sua e di altri adottati hanno vissuto esperienze di adozione. Il feedback degli adottati che hanno visto lo spettacolo venerdì sera è stato che il ritratto dell'esperienza dell'adottato non era solo riconoscibile, ma una rappresentazione provocatoria e veritiera delle proprie esperienze di adozione.

Lo spettacolo parlava di un'adottata coreana di oltre 30 anni che navigava nelle relazioni con la madre e il padre adottivi e riguardava anche il suo viaggio per comprendere l'impatto che l'adozione ha avuto nella sua vita: come ha influenzato la sua identità, il suo modello di lavoro interno e senso di sé e connessione con i suoi genitori adottivi. Ha toccato molti dei temi centrali dell'adozione, tra cui identità, appartenenza, perdita e dolore, razza, l'impatto dell'adozione per tutta la vita, razzismo, stereotipi, attaccamento, appartenenza, privilegio bianco/lavaggio bianco, "pericoli di storie singole", famiglia e come parliamo di problemi di adozione e come affrontiamo queste difficili discussioni con le nostre famiglie. Ciò che lo spettacolo ha fatto bene è esplorare l'impatto sull'adottato e sulle relazioni familiari quando queste questioni fondamentali non vengono comprese, convalidate, esplorate o supportate. Come è normale per molti adottati che iniziano a esplorare e prestare attenzione a questi problemi, può esserci un effetto destabilizzante sulle relazioni familiari quando la narrativa della "fiaba" dell'adozione o della "felice adozione" inizia a sgretolarsi. 

Da sinistra a destra: Jeffrey Liu, Ra Chapman, Susanna Qian

Per tutti i professionisti che lavorano nell'area dell'adozione, questo gioco è una grande risorsa, fornendo una visione profonda e preziosa delle dinamiche, delle relazioni, delle esperienze interrazziali e delle sfide che gli adottati internazionali devono affrontare all'interno della loro esperienza di adozione e delle famiglie adottive. Naturalmente, questo è stato realizzato in modo estremamente intelligente con la commedia utilizzando la commedia / satira, nonché monologhi e simbolismo emotivamente intensi e belli, accompagnati da una recitazione eccezionale da un cast intimo di quattro interpreti. 

È stato consegnato e ricevuto in modo potente, lasciando molti adottati che hanno partecipato sentendosi emotivi e instabili, ma anche connessi, visti e supportati. Allo stesso modo, può anche lasciare i genitori adottivi insicuri, confrontati e curiosi riguardo al loro ruolo nell'adozione del loro bambino. Alla fine, penso che riunisca tutti: adottati e genitori, aprendo possibilità su come possiamo collaborare attorno all'esperienza di adozione e fare meglio per il viaggio dell'adottato.

Dopo lo spettacolo, ho apprezzato i discorsi emotivi e le altre esibizioni degli adottati che condividevano il loro lavoro creativo e i loro progetti. Inoltre, la serata ha menzionato altri entusiasmanti progetti guidati dagli adottati e lavori creativi in fase di sviluppo che seguirò da vicino con anticipazione.  

L'aspetto principale per me della serata è stato il modo straordinario in cui gli adottati sono stati in grado di riunirsi attraverso questo evento, che penso mette in evidenza il potere di guarigione collettivo per gli adottati quando sono circondati dalla comunità, elevando la voce dell'adottato in modo sicuro e supportato e sentendosi un senso di forte appartenenza attraverso l'essere visti e ascoltati. È bello sapere che la comunità di adottati australiani sta andando forte!

Spero che possiamo continuare ad avere discussioni aperte e accolte insieme come comunità in modo che tutti possiamo beneficiare dell'apprendimento da coloro che hanno esperienze vissute, in particolare dagli adottati.

Carissima Ra, per favore, conosci il potente impatto che hai avuto e in che modo il tuo lavoro creativo sta aiutando a plasmare tutto il nostro apprendimento e a potenziare meglio la comunità di adozione in Australia.

Incoraggio tutti a vedere Il gioco di Ra Chapman K-Box proiezione solo fino al 18 settembre; genitori adottivi, adottati, professionisti dell'adozione e la comunità in generale.

Dai un'occhiata al nostro Album di foto dalla sera.

Il 9 settembre K-Box adotta la notte dell'acquisizione al Malthouse l'evento ci è stato presentato con orgoglio da Teatro Maltese, sostenuto da Relazioni Australia Piccole sovvenzioni per i servizi di supporto alla famiglia e all'adozione internazionale (ICAFSS)., InterCountry Adoptee Voices (ICAV), Servizi sociali internazionali (ISS) Australiae ospitato dalle nostre meravigliose organizzazioni guidate dagli adottati e gruppi basati sulla comunità - ICAV guidato da Lynelle Long e Ra Chapman da Rete degli adottati coreani in Australia (KAIAN).

Prossimamente sul blog di ICAV c'è alcune delle performance di Adoptee Artist dal nostro Prendere il controllo della Malthouse Night e opere d'arte dal ZINO rivista distribuita in occasione dell'evento.

Ra Chapman e alcuni degli adottati coreani presenti alla serata
Foto di Lynelle Long

risorse

Profondo rimpianto o grande amore? Il gioco Adoptee mostra il desiderio di connessione

K-Box: Interrogare la classe media australiana con uno sfolgorante stile comico

Esperienza vissuta di razzismo nell'adozione internazionale transrazziale

Una settimana fa, uno straordinario gruppo di 6 adottati transrazziali internazionali ha condiviso con me le loro esperienze di razzismo, cresciuti in un paese in cui la maggioranza razziale non riflette il colore della loro pelle e l'aspetto esteriore.

Il webinar si concentra sulle esperienze australiane perché abbiamo fornito questo forum durante l'orario lavorativo per i professionisti dell'adozione e dell'affido australiani. Secondo la mia esperienza, il collegamento con migliaia di adottati internazionali in tutto il mondo attraverso l'ICAV, il razzismo e il modo in cui lo soffriamo e lo viviamo, è un fenomeno condiviso a livello globale, indipendentemente dal paese di adozione.

Ascolta le esperienze condivise qui alla registrazione del nostro webinar panel:

Timecode per chi vuole arrivare alle parti rilevanti:

00:00:00 – 00:03:13 Introduzione e perché discutiamo di razzismo
00:03:27 – 00:04:30 Benvenuti nel paese
00:04:35 – 00:08:20 Introduzione del panel di adozione
00:08:20 – 00:41:14 Che aspetto ha il razzismo e i suoi impatti
00:41:15 – 01:09:47 Suggerimenti su come possiamo essere supportati meglio
01:09:56 – 01:23:14 Domande e risposte con il pubblico
01:23:15 – 01:26:02 Grazie e riepilogo dei punti chiave

risorse

Il nostro ultimo documento prospettico ICAV su Razzismo
Il nostro consigliato Risorse per la gara
ICAV Risorsa video include discussioni su razza e razzismo
Supporti post-adozione

Gabby Malpas sul razzismo

Il 3 aprile 2022, un gruppo di 19 adottati internazionali australiani ha partecipato a una consultazione dell'ICAV per la Commissione australiana per i diritti umani (AHRC) che hanno sviluppato un Carta concettuale per un Quadro nazionale contro il razzismo. We believe intercountry/transracial adoptees are under represented in race discussions in almost every adoptive country and wanted to make sure we had a say. Gabby’s input below is included in our full papers qui which we submitted to the AHRC.

di Gabby Malpas, born in New Zealand of Chinese origins and transracial adoptee, ICAV Representative, artist at Gabby Malpas.

Colourblind by Gabby Malpas; watercolour painting

I was born in 1966 in Auckland New Zealand. I am 100% Chinese and at the time of writing, I am 56 years old. I started coming out of the adoption fog at 48 years of age, after meeting my birth mother in 2004. It seems old but to clarify, at 48, I finally connected with other Asian adoptees and found validation, support and the language to express my feelings around my life experience.

I have a huge respect for parents. I am a step parent but have not done the heavy lifting that parents do. It’s hard being a parent. Throw adoption or fostering into the mix and that becomes very hard. Throw transracial adoption into that mix and the challenges become even more so. These are my thoughts around racism. All of our experiences are different.

I am very happy. I see the value of good relationships with friends, peers and family, and acknowledge that all of us have experienced trauma at some point in our lives. However, I have struggled with racism my entire life with my difference pointed out almost daily by classmates, co-workers and friends. Not too regularly, I have also been attacked and harassed on the street and was bullied badly throughout my school years.  Jokes and micro-aggressions seem harmless and it took me decades to understand why I was constantly angry: an innocent question about my name/my origins/my nationality seems innocuous, but day after day, often from complete strangers makes a person exhausted, wary and sad/angry. I often withdraw.

I have this to say – I could not tell you this at age 12, 18, 25, 30 or even 40. It took decades to begin to process, understand and articulate what I am feeling.

Dear adoptive parents

Here is what I would like you to know about my life experience as a transracial adoptee:

  • Please understand my life experience is, was and will always be different to that of my white peers, siblings and parents. Like it or not, quite often we transracial adoptees are treated very differently to our white siblings and peers. I noted a big change in people’s behaviour towards me when they saw one of my parents come into view. Racists are sneaky – they are not going to say stuff with you around. And it comes in many subtle forms: how many brown kids are watched like a hawk as soon as they enter a store? How many brown girls are told they talk too much or are too loud/naughty when their white classmates are termed ‘enthusiastic’ or ‘confident’ for the same behaviour?
  • I was raised colourblind. It was the 60s, 70s and 80s. We knew no better. I was 55 years old when the penny finally dropped about my own family’s response to my experience with racism. An older sister said, “But we just assumed you were one of us,” (therefore, it was impossible for you to experience racism). Another piece of the puzzle solved. However, my 7 year old me would not thank my family for the dismissal, harsh words or outright denial that anything had taken place. Things are different now. We have resources and so much information available.
  • If you are triggered by the terms: white privilege, white fragility and wilful ignorance then think long and hard before adopting a child of different race to you. We are looking to you to teach us, to have our backs and stand up for us. And this includes your circle of friends, your own family and peers. I was raised in the age where children were seen and not heard. I accepted outright racist comments/acts from neighbours, friends, extended family, and later, colleagues because I felt that it was my lot or I was undeserving of better. But think about what that does to someone over a lifetime! Is it any wonder that we adoptees are 4 times more likely to have substance abuse or suicide? Let’s try to change that.
Ching Chong by Gabby Malpas, watercolour painting
  • Believe us. I was 5 or 6 years old when I reported my first racist incident to my parents (and this was because I was scared. I didn’t report the ‘ching chong’ chants, the pulling back of eyes and harsher treatment by certain nuns because I was brown and clearly born of sin – those were a daily occurrence). Two much larger and older boys cornered me and pulled down my pants to see if ‘my bum was the same as the other girls’. Horrific and it still haunts me to this day. In response to sharing what happened, I was punished and told not to lie. So I stopped. It was clearly not safe for me to speak up and I didn’t want to be punished for it (to be fair I think it was the mention of private parts that had them more outraged). I left NZ for good in 1988. I put distance between myself and my family because of the above and some bonds were sadly broken for a while. Do you want this for your own family? If your children do not trust you to have their back they may be reticent to report more serious stuff like abuse, bullying and even date rape/domestic violence.
  • Just because we don’t tell you doesn’t mean it doesn’t happen. I finally found the courage to speak up in the last two years. I cut friends, extended family members and suppliers for my own mental health and sanity but also I finally understood that I didn’t have to engage with such people.
  • Words hurt. And the hurt lasts a lifetime. So those jokes you make about other races — their food, shopping habits, hoarding, driving skills … all those lazy stereotypes that the Australian media like to peddle – well, your kids are listening.  When we see racist incidents reported be dismissed or downplayed by the media (especially if it is a footy star/ celebrity accused), how do you think that makes us feel?  We don’t need to hear:
    ‘They weren’t racist to me – are you sure it happened?’
    ‘What did you do to make them act in this way?’
    ‘Rise above it!’
    ‘Ignore it!”
    ‘Can’t you take a joke?’
    ‘I’m sure Xxxx didn’t mean to be offensive…’
    This ain’t it. Do better.
  • Quite often we are rejected by our own race – we are seen as ‘too white’, too culturally ignorant, and our names are white. This can be very confronting.
    We grow up, study, work and socialise generally in white spaces. We adapt to our environments to fit in but can be treated very harshly by our own race because of this.  A heritage camp and trip once a year can’t help with this and if we are living in a white country – it is understandable that we just want to fit in/fade into the background like everyone else. But we can’t. Don’t shame us for trying to survive in our own environments.
  • Racism is hard to process when the perpetrator looks like a member of your own family. An Asian child who grows up with their own cultural background watches how their parents react and behave when they are faced with racist incidents. They see how their parents behave and speak to the offender. Nothing may be said but there is a shared experience within the family and younger members can learn from their elders – and even grow up to challenge passive responses.

Check out Gabby’s amazing Art Mentoring that she does as a volunteer with younger Chinese adoptees.

America: hai reso difficile essere orgoglioso di essere asiatico-americano

by Mary Choi Robinson, adopted from South Korea to the USA

As I sit down to my laptop it is May 2, the second day of Asian American and Pacific Islander (AAPI) Heritage Awareness Month and I reflect on Alice Wu’s The Half of It I watched last night to commemorate the first day of AAPI month. Watching the movie with my daughter, I thought how I wished it or something like it had been available when I was a teenager or even in my early twenties. To see an entire film focused on the life of a young Asian woman on the cusp of self-discovery and adulthood would have made me feel seen and a part of the fabric of American identity. So while this month is meant to showcase AAPI heritage I am not in fact proud to be Asian-American…yet.

I am sure my previous statement will elicit reactions from disbelief, to shock, to anger, and everything in between from varying groups of identities. So let me explain why I am not proud yet, how America made it nearly impossible for me to be proud, and how I’m gaining pride in my Asianness. As a Korean adoptee, raised by white parents in predominately-white areas, I have always navigated two racial worlds that often oppose each other and forever contradict my identity. The whiteness of my parents did not insulate or protect me from racism and in fact would even appear at home. When I first arrived to the US, my sister, my parent’s biological child, took me in as her show and tell for school with our parents’ blessing. Her all white classmates and teacher were fascinated with me and some even touched my “beautiful silky shiny jet black” hair, something that would continue into my early thirties until I realized I did non have to allow people to touch my hair. Although I start with this story, this is not a piece about being a transracial, transnational adoptee—that is for another day, maybe in November for National Adoption Awareness Month—but to illustrate how my Asian identity exists in America.

As I grew up, I rarely saw other Asians let alone interacted with them. Instead, I lived in a white world full of Barbie, blonde hair and blue eyes in movies, television shows, magazines, and classrooms. The rare times I did see Asians in person were once a year at the Chinese restaurant to celebrate my adoption day or exaggerated or exocticized caricatures in movies and tv shows. Think Mickey Rooney in Breakfast at Tiffany’s, Long Duck Dong in Sixteen Candles, or Ling Ling the “exotic gem of the East” in Bewitched. Imagine instead an America where Wu’s film or To All the Boys I’ve Loved Before o Crazy Rich Asian o Fresh Off the Boat o Kim’s Convenience would have opened up for generations of Asian Americans. Rarely would I spot another Asian in the school halls. However, I could never form friendships with them, heavens no, they were real full Asians and society had taught me they were weird, ate strange smelly things, talked funny, and my inner adolescent warned me association with “them” would only make me more of an outsider, more Asian. In classrooms from K-12 and even in college, all eyes, often including the teacher, turned to me when anything about an Asian subject, regardless of whether it was about China, Vietnam, Korea, etc., as the expert to either verify or deny the material. I always dreaded when the material even had the mention of an Asian country or food or whatever and would immediately turn red-faced and hot while I rubbed my sweaty palms on my pant legs until the teacher moved on, hoping the entire time I would not be called on as an expert like so many times before.

My white family and white friends would lull me into a false sense of belonging and whiteness by association. That false sense of security would shatter when they so easily and spontaneously weaponized my Asianness against me with racial slurs during arguments. Of course, I was used to racist verbal attacks from complete strangers, I had grown up on a diet of it, but it especially pained me from friends and family. The intimacy of those relationships turned the racism into acts of betrayal. That was the blatant racism; the subtle subversive racism caused just as much damage to my sense of pride. As a young professional in my early twenties, a white colleague told me how beautiful I was “for an Asian girl.” A Latina student in one of my courses loudly and clearly stated, “The first day of class, I was so worried I wouldn’t be able to understand you and I’m so glad your English is so good!” And of course I regularly receive the always popular, “Where are you from? No, where are you really from?” Because Asian Americans, whether born here or not, are always seen as foreigners.

AAPI Awareness Month did not even become official until 1992. But anti-Asian sentiment in the US has a long history and was sealed in 1882 with the first national stance on anti-immigration that would be the catalyst for future immigration policies, better known as the Chinese Exclusion Act, coincidentally signed into law also in the month of May. In February 1942, the US rounded up and interned Japanese-Americans and Asian-Americans of non-Japanese decent after the bombing of Pearl Harbor. Now in 2020 amidst the global lockdown of Covid-19, anti-Asian attacks, both verbal and physical, have increased to startling numbers. As recently as April 28, NBC News reported Over 30 percent of Americans have witnessed COVID-19 bias against Asians. Think about that—this is Americans reporting this not Asian Americans. The attacks have been worldwide but this report shows what Asian Americans are dealing with alongside the stress of the pandemic situation in the US. Keep in mind the attacks on Asian Americans are not just from white folks, indeed we’re fair game for everyone as evidenced by Jose Gomez’s attempt to murder an Asian American family including a two-year old child in Midland, Texas in March. Let that sink in—a two-year old child simply because they are Asian! Asians are being spat on, sprayed, e worse by every racial group.

To help combat this current wave of American anti-Asian sentiment, highly visible leader and former presidential candidate, Andrew Yang advised Asian Americans in a Washington Post op-ed to:

“…embrace and show our American-ness in ways we never have before. We need to step up, help our neighbors, donate gear, vote, wear red white and blue, volunteer, fund aid organizations, and do everything in our power to accelerate the end of this crisis. We should show without a shadow of a doubt that we are Americans who will do our part for our country in this time of need.”

My reaction to Mr. Yang’s response bordered on anger at the implication for Asian Americans to continue the perpetuation of the model minority myth. The danger of which, besides reinforcing divides between racial and minority groups, extols the virtue of suffer in silence. Do not make waves, keep your head down, be a “good” American. Sorry Mr. Yang, I am finally gaining pride in my Asianess and I cannot and will not stay silent any longer.

It has taken me my whole life to gain nuggets of pride in my Asian identity. Now I appreciate the color of my tan skin and dark almond-shaped eyes and no longer compare my physical beauty to white women and the standards society has forced on us all. For the first time I actually see myself, and all Asian women and men, as beautiful because of and not in spite of being Asian. I no longer avoid other Asians and cherish friendships with those who look like me. I love to explore the diversity of Asian cuisines, cultures, and traditions and continue to learn about them since, remember, “Asian” is diverse and not a monolith of just one culture. Now I speak up without fear of rejection or lack of acceptance when I witness anti-Asian or any racist behavior and use those moments as teaching opportunities whenever I can. I no longer resent not being able to pass as white. I am becoming proud to be Asian.

Read Mary’s earlier blog My Adoption Day Is An Anniversary of Loss

Il razzismo nell'adozione internazionale

Non posso credere che nei 24 anni di gestione dell'ICAV, non ho scritto UN documento che riunisca la nostra esperienza vissuta di razzismo come adottati internazionali e transrazziali! Bene, finalmente ho affrontato questo! È atteso da tempo e ho avuto l'impulso di farlo grazie al lavoro in Australia della nostra Commissione per i diritti umani per creare un concetto Quadro nazionale contro il razzismo carta. Sono rimasto scioccato dall'azione quando ho letto il documento e mi sono reso conto che il nostro gruppo di minoranza non viene nemmeno menzionato come uno dei gruppi presi di mira per la consultazione. Volevo fare qualcosa al riguardo, per portare visibilità alla nostra comunità che da tempo condivide il razzismo e il suo impatto nel nostro forum privato per soli adottati. Dalle numerose conversazioni che ho avuto con altri adottati in tutto il mondo, il razzismo è uno dei problemi principali che sopportiamo, ma viene a malapena menzionato nella maggior parte della letteratura, della ricerca, delle politiche, della pratica o dell'istruzione sull'adozione. In ICAV miriamo a sensibilizzare sul razzismo e sull'intersezione con l'adozione internazionale e transrazziale.

Ecco il sottomissione abbiamo messo insieme per la Commissione australiana per i diritti umani ed ecco un documento supplementare, il nostro ultimo documento di prospettiva ICAV – Esperienza vissuta del razzismo nell'adozione internazionale. Il nostro documento fornisce una raccolta di input sull'esperienza vissuta per aiutare a educare sulla nostra esperienza di razzismo. Includiamo anche nelle nostre risposte ciò che suggeriamo di fare per supportare meglio gli adottati internazionali e transrazziali.

Per fornire ulteriore supporto e formazione ai professionisti e alle famiglie adottive, il mese prossimo, martedì 17 maggio alle 14:00 AEST, l'ICAV ospiterà un webinar Il razzismo vissuto dagli adottati internazionali per portarti le voci e le esperienze di persona. Se vuoi partecipare, puoi contatto ICAV così possiamo tenervi informati.

Insieme al nostro Perspective Paper e al prossimo webinar, spero che queste risorse aiuteranno ad avviare/continuare le conversazioni sul razzismo nell'adozione internazionale.

Sue-Yen Bylund sul razzismo

Il 3 aprile 2022, un gruppo di 19 adottati internazionali australiani ha partecipato a una consultazione dell'ICAV per la Commissione australiana per i diritti umani (AHRC) che hanno sviluppato un Carta concettuale per un Quadro nazionale contro il razzismo. Riteniamo che gli adottati internazionali/transrazziali siano sottorappresentati nelle discussioni razziali in quasi tutti i paesi adottivi e volevamo assicurarci di avere voce in capitolo. I prossimi blog saranno una selezione degli input degli adottati che hanno partecipato per dare una visione più sfumata della nostra esperienza vissuta di razzismo e dei nostri pensieri su ciò che deve essere fatto per sostenerci meglio.

di Sue-Yen Bylund, adopted from Vietnam to Australia, ICAV VIC Representative

Racism is here to stay. It is enmeshed in the very fabric of society, at every level. It manifests within us as individuals, at a systemic level pervading our policies and practices, reflected in our interpersonal behaviours and is accumulated and compounded in the base structures of our history, culture and ideology.

In order to mitigate the harm caused by racism we must be actively anti-racist. It is not enough to merely be “not racist”, as this, often results in a passive racism, which is as equally toxic as overt racism. Tolerance is a poor substitute for acceptance. Tolerance offers tokenism and indifference. Acceptance offers a place for all voices, a public validation as individuals and a genuine place at the table to self-determination.

Every person carries their racial biases differently. Acknowledgment of these biases on a personal individual level is important, however being open to listening, validating and accepting the experiences of others takes courage. 

My expectation within this forum, is to offer to an opportunity to broaden the discussion of anti-racism to embrace all forms and manifestations of racism within Australian society today. To offer encouragement to address the complex “grey” zones of racism. Through this broadening a more mature collective and inclusive voice will evolve, which I believe Australia is ready to share with the world.

The foundations of my identity lie amongst the chaos of war time Vietnam 1974. Within the first 3 weeks of my life, I experienced my initiation into the full audio and aromatic reality of war, surrounded by screaming and traumatised children and adults. Racial identity did not protect any of us from the horrors, what we all absorbed would remain forever with us as visceral burdens to tame. War and terror are the greatest levellers in stripping even the bravest to the very foundations of humanity. And then in one swift spin of the planet I would find myself a world away in the eerie quiet and calmness of Perth, Western Australia. This journey would also mark the beginning of a life’s self-education of racial fluidity. Being one heart and soul, but a chameleon of racial identities. Born of one culture, raised in another, looking as though I belong to one group, but in at my core, I belong to another, the duplicity and fluidity is complex and exhausting.

The need to feel safe, accepted, understood and validated seems to be a naturally human pursuit. As an intercountry adoptee the journey is complex and confusing. We slip into the cracks of racial stereotypes offering up apologetically a reason for inclusion or explanation for exclusion. Either way no matter where we are in our communities we are an anomaly. We are constantly offered up as a reminder that a book shouldn’t be judged by its cover and if you care to listen carefully, you will hear the simple request for safety and acceptance.

My childhood cultural identity was shaped through the lens of middle class suburban 1970’s Australia. It was fortunate that the primary school I went to attracted a good proportion of Asian immigrant families. This enabled me, at a young age to observe the “other” type of Asian. The Asian person who spoke the language, ate the food, complied with the Asian cultural norms, while they themselves were carving out the unique existence in post “White Australia Policy” era. It was clear to me from the very beginning that I was an “Asian variant”. I was to experience racial prejudice from all sides. My immediate family comprised of a white Australian adoptive mother, a white Dutch (first generation migrant) adoptive father and their two biological white sons. Straddling my home and school environments I began to acknowledge the fragmented racial identity which was uniquely mine.

I would learn to instinctively navigate the pros and cons of racial profiling expressed by adults and classmates. At times it afforded me a shield to hide behind, at other times it just bewildered me at how ignorant and entitled people could be. 

Teachers would regard me with the marginalising stereotype of female Asian student, this meant that no matter what I did, or didn’t do, I was considered polite, conscientious and studious. This enabled me to glide through my studies relatively smoothly. Where this backfired was when I would be herded together with all the Asian “look-a-likes” to be given special instructions in Chinese/Cambodian/Vietnamese. There were always a few of us that would simply shrug our shoulders, knowing it was too hard to explain to the teachers that English was in fact our only language. 

Classmate interactions were more complex. While they seemed to want to flex their insecurities through bullying behaviours, I suspect they would often leave these bullying interactions more confused and with increased insecurities about themselves. They would corner me and spit out racial slurs “Ching Chong!”, “Go back to where you came from!”, “Asians out!” with the standard accompanying slanted eye gesture. I learnt very early to lean into the bullying. To not turn away in shame or embarrassment, I summoned the  airs of entitlement I learnt from my white Australian family. It was an educational opportunity. I would not show weakness. So armed with a vocabulary not generally associated with a small Asian female of 11 years I would lean in and say with a perfect Aussie twang, “Get f***ed you immature ignorant bigot!” While they processed the response in stunned silence, I was already half down the hall or across the oval. When I think back to those times, I know in my heart I still hold a deep resentment toward those who racially vilified me. The fact I could still name those individuals today shows how deeply it affected me. I built a wall to protect myself, a tough persona that would later in life be softened with self-depreciating humour. 

Humour has become one of the most powerful tools for disarming awkwardness though it should be noted that humour can only be genuinely offered by me (the vilified) otherwise it can have the effect of adding insult or increasing alienation.

Australian society in general is getting better at navigating racially blended families. However, there have been times where an awkward visual double take or racial slur has been reconsidered once formal introductions have concluded. 

For example, my adoptive mother is the personified “white saviour” heroine and therefore in this narrative, I embody the role of a grateful saved soul. There is no place in this narrative version for reality and it only serves to perpetuate the stereotypes. This distilled classification of our relationship as an adoptive mother and daughter has resulted in a chasm of empathy where my experience of racial prejudice and marginalisation cannot be reconciled with my adoptive mother’s version of my lived experience. She cannot/will not acknowledge that I have/do experience any racial prejudice. It’s unfathomable and therefore remains a taboo subject between us. I would suggest a classic case of “colour blindness” which is the most common manifestation of passive racism. Let me strongly suggest that racial “colour blindness” is not a positive construct to build a relationship in. I don’t advocate for a monochrome world. It cancels out important conversations that need to be had to build empathy and understanding. It bypasses the integral act of individual and collective validation.

A typical interaction in a social setting with my white husband, would start with a few awkward glances while people assessed my proficiency in English. Once the conversation has warmed up a little, the question is always asked “How did you two meet each other?” At this point all newbies begin listening in the hope to hear some spectacular Tinder dating app story with me gaining Australian citizenship when we married. Sad to say the story takes an epic sad tone when it is revealed I was a baby from the Viet Nam war. The conversation moves very quickly from one set of stereotypes to another. The chameleon game is afoot. We have now moved into the Viet Nam war genre and to be honest the racial stereotypes are just as nauseating. As the conversation peters out, I am left with a very uncomfortable feeling that I might be the daughter of a B-Grade war romance story of a soldier and prostitute but on the positive side, I have ruled out that I am a “mail order bride” from Asia desperate to get my claws into a rich white “sugar daddy”. Either way, I always leave these gatherings feeling like I have shared way too much about myself, simply to justify my equal status at the table of white Australians. Needless to say, it’s exhausting and incredibly invasive. At times my inner evil chameleon just wants to re-enforce the stereotypes rather than use my life as an education case study. In the end I see curiosity is better than fear and putting examples forward and building knowledge is a slow continuous but necessary journey.

With regards to my children, I am conscious that they physically are racially ambiguous. They could have genetic origins from various backgrounds, but once I stand next to them then it becomes evident their dark features come from me and they are of Asian origins. My daughter has experienced racial slurs from having an Asian looking mother. It wasn’t until she spent her gap year in Viet Nam that she developed her own understanding of her origins. She has in fact spent more time in Viet Nam than me. 

School parent social groups are an interesting micro society and navigating them is a full-time job. In the private school my children attended I had two very distinct social groups that I interacted with. One was a group of Asian looking mothers where I felt like an honouree member. I learnt Asian cultural things and etiquette that I didn’t get elsewhere. I did a lot of listening. The other group were all Anglo-Saxon looking mothers and I was dubbed the “token” Asian (humorous chameleon!) These girlfriends understood how I saw the world. It’s in these situations that I reflect on the sophistication of my chameleon gift and in a positive moment reflect on the bridges I can construct between the groups just through listening and sharing.

There is a niche and powerful position that intercountry adoptees have in the conversation around racism and prejudice. It’s borne from the hybrid and fluid nature of our self-identities. We exist in the space between cultures and races. The triumphal story of our survival is in fact a narrative of weaving together of cultures, racial identity, tolerance and acceptance. Intercountry adoptees must reconcile the disparity between the physical and internal nature of racial identity, because at every turn we are challenging the stereotypes and presumptions. As an Asian in white Australia, we challenge the mainstream colonial stereotypes, as an Asian in Asia, we find ourselves challenging the long-held stereotypes in our birth culture. We belong to both yet neither wholly. 

If I was to consider the future of racism in context of Australia, I would continue to raise the challenge to government and individuals to embrace the complexity. Find the words, create the platforms, lead with optimism. Systemic racism embedded in the policies and practices by government and institutions needs to be constantly questioned and reviewed to ensure it leads in activating change. Structural racism that unpins mainstream think-tanks needs to be shaken loose. It is an uncomfortable and confronting task, but I believe Australia is mature enough to take this task on. Interpersonal racism is very difficult to navigate as an intercountry adoptee, but the freedom to express an alternate reality from the stereotypes is a good platform to build upon. Internalised racism is insipid and so very damaging. We want to move from passive tolerance to active validation of individuals. 

Ongoing political bi-partisan support for research and consultation is an essential investment to engage in effective societal change. A firm commitment to reviewing and evaluating key milestones is required for accountability and integrity.  Educational resources coupled with public awareness and youth engagement are core to developing a more mature future for all Australians.

For more from Sue-Yen, read her Riflessioni sull'ANZAC Day, her contribution to Cosa c'è in un nome? and advocacy with Green’s Senator meeting.

Risorsa

Read ICAVs small collation on Color blindness in Adoption

Gabbie Beckley sul razzismo

Il 3 aprile 2022, un gruppo di 19 adottati internazionali australiani ha partecipato a una consultazione dell'ICAV per la Commissione australiana per i diritti umani (AHRC) che hanno sviluppato un Carta concettuale per un Quadro nazionale contro il razzismo. Riteniamo che gli adottati internazionali/transrazziali siano sottorappresentati nelle discussioni razziali in quasi tutti i paesi adottivi e volevamo assicurarci di avere voce in capitolo. I prossimi blog saranno una selezione degli input degli adottati che hanno partecipato per dare una visione più sfumata della nostra esperienza vissuta di razzismo e dei nostri pensieri su ciò che deve essere fatto per sostenerci meglio.

di Gabbie Beckley, adottato dallo Sri Lanka in Australia, assistente sociale clinico.

Parlare contro il razzismo è responsabilità di tutti

Ho sperimentato molte e varie forme di razzismo nei miei 40 anni di vita, cammino e respiro in questo mondo. Mi ha colpito in così tanti modi, come faccio a scriverli tutti? Sono cresciuta navigando in questo mondo imbiancato come una donna orgogliosa di colore, tuttavia essere orgogliosa di chi sono e di ciò che sono diventata nella mia vita non si escludono a vicenda. Ci sono voluti molto duro lavoro, ricerca dell'anima e riflessione consapevole molte volte per diventare la persona più evoluta che sono fino ad oggi, e sono un costante lavoro in corso.

Ho molte storie familiari di razzismo, che ora possono essere viste per quello che erano, nel tempo, nel luogo e nel contesto generazionale dall'oratore, non un riflesso della mia famiglia nel suo insieme.

Uno dei primi ricordi che ho è che mi è stato detto che un membro della mia famiglia ha detto: "Nessun bambino nero porterà il mio nome!" Ma una volta che sono stato messo tra le braccia del mio familiare, tutte le cazzate razziste sono svanite e sono stato trattato come tutti gli altri. Crescendo, a mia volta ho avuto un grande amore e rispetto per questa persona, ho perdonato la loro ignoranza e mi sono concentrato sul nostro amore condiviso per il cricket e il footy!

Ho avuto esperienze durante gli anni della scuola primaria che posso ancora ricordare come se fosse ieri. Essere preso a calci negli stinchi per essermi opposto a me stesso, per essere entrato in alterchi fisici con bulli razzisti. Perché gli insegnanti mi dicono: "Mi vergogno di venire dal tuo stesso paese".

Sono stato chiamato con la parola N più volte di quante ne possa contare. Ho sperimentato razzismo palese, nascosto, intenzionale e non intenzionale per tutta la mia vita. Sono stato profilato razzialmente dalla polizia, sono stato seguito nei centri commerciali dalle guardie di sicurezza.

Ho lavorato in luoghi di lavoro in cui le persone mi hanno detto "da dove vieni" e che dire dei tuoi "veri genitori". Ho avuto persone che mi hanno detto: "Il tuo inglese è così buono per qualcuno che non è nato qui". Ho avuto un capo che non mi parlava per mesi a causa di qualcosa che percepiva che avevo fatto di sbagliato. Ma non era il caso, era solo uno stronzo razzista ed ero così felice di lasciare quel posto di lavoro ed entrare nel posto di lavoro dei miei sogni!

 Non mi sono state date opportunità per promuovere la mia carriera a causa degli atteggiamenti, dei risentimenti e della meschina gelosia delle persone, che in realtà si riducono al fatto che non vogliamo lavorare per una persona di colore.

Sono stato sottovalutato, licenziato, sottovalutato e non ho visto per tutta la mia vita, motivo per cui probabilmente sono attratto dal lavoro sociale e dalla lotta per i perdenti e dal tentativo di smantellare le disuguaglianze strutturali che rimangono così radicate nella nostra società.

Sono un combattente, sono un guerriero della giustizia sociale, credo fermamente nel potere di fare la differenza e un impatto positivo sulle azioni delle persone, credo nella gentilezza e nel dare alle persone un fair-go.

In che modo questo ha avuto un impatto su di me? Ebbene, mi considero una persona che pensa e riflette profondamente sulle mie azioni e decisioni. Ho avuto la conversazione "cosa fare se vieni fermato dalla polizia" con i miei figli, sulla scia degli omicidi ben pubblicati di George Floyd, Tamar Rice, Brianna Taylor, e per non dimenticare la tragica storia delle nostre prime nazioni le persone con il più alto tasso di carcerazione per i giovani e tutte le morti nere in custodia di cui nessuno è o è stato responsabile. Sono triste, sono arrabbiato, sono costernato dal fatto che questo sia lo stato attuale delle cose in cui io e i miei figli viviamo. Eppure ho speranza, speranza che possiamo costruire una comunità che porti al cambiamento, che lavori con simili... persone di mentalità che condividono la mia passione e guidano per un cambiamento positivo.

Le mie esperienze di razzismo hanno plasmato la persona che sono, il genitore che sono e l'assistente sociale che sono. Ha un impatto sui miei pensieri, azioni e azioni. Sono consapevole di come le persone mi vedono, rispettoso di fronte ai maiali razzisti e mi rifiuto di essere attratto al loro livello. Penso che abbia avuto un impatto sulla mia salute mentale quando ero più giovane, ha causato molti dubbi su me stesso e la ricerca del mio posto in questo mondo.

Penso che una delle mie grazie salvifiche sia stata la riconnessione con la mia famiglia e cultura d'origine. Conoscerli è conoscere me stesso! Ho passato gli ultimi 22 anni a conoscere, crescere e amare la mia famiglia e sono grato ogni giorno di trovarmi in una posizione unica in cui faccio parte di due mondi e posso sedermi comodamente in entrambi. 

Cosa suggerirei di fare per affrontare meglio il razzismo sperimentato dagli adottati internazionali/transrazziali?

Credo che l'adozione non debba essere la prima risorsa. Credo che tenere unita la famiglia nei loro paesi di nascita con il supporto tramite sponsorizzazione/istruzione/attività generatrici di reddito sarebbe vantaggioso per gli adottati in generale, ma in particolare in termini di salute mentale e connessione con le loro radici e culture. Se le adozioni devono avvenire, mantenere un rapporto con la famiglia è un imperativo! Ciò include genitori naturali, zie, zii, cugini, nonni e fratelli.

Ci deve essere una maggiore enfasi sui pensieri e sui sentimenti dell'adottante in relazione all'adozione di un bambino di colore. Immergiti nella loro storia e nelle loro esperienze, invitali a seguire corsi annuali sull'impatto del razzismo e su come essere un alleato/difensore dell'antirazzismo. Chiedi loro di guardare i loro circoli di amicizia, è diverso? Rappresenta un'ampia gamma di persone culturalmente appropriate, socioeconomiche e di genere diverso?

Penso che dovremmo provare collettivamente a condividere le nostre storie ed esperienze, nella speranza che da una grande conoscenza derivano grandi responsabilità – e questo è affare di tutti!

Per ulteriori informazioni su Gabbie, leggi il suo articolo condiviso anni fa e incluso nel nostro Ricerca pagina: Diritti umani e giustizia sociale nell'adozione internazionale

Gypsy condivide su Adoptee Anger

Questa è una serie su Adoptee Anger dall'esperienza vissuta, per aiutare le persone a capire cosa c'è sotto la superficie e perché gli adottati a volte possono sembrare arrabbiati.

di La zingara Whitford, adottato dagli USA all'Australia.

Sono arrabbiato perché sono il prodotto di un'industria da miliardi di dollari distrutta. Perché avevo un cartellino del prezzo e sono stato trattato come un nuovo giocattolo. Perché avrei potuto essere abortito se il sistema sanitario negli Stati Uniti fosse stato migliore, ma invece sono stato venduto al miglior offerente. Perché invece dell'aborto, sono stato comprato da una famiglia bianca che ha preso la mia oscurità e l'ha resa bianca senza alcuna cura o empatia per chi sono veramente o dove dovrei essere. Tutto ciò che avrei dovuto sapere era stato privato del mio nucleo.

Credo che razza, cultura e biologia giochino un ruolo importante in ciò che siamo. Le generazioni prima di noi fanno parte della nostra identità e il fatto di non avere una famiglia biologica ci colpisce a un livello più profondo di quanto la maggior parte delle persone capisca.

Sono arrabbiato perché non sono solo io che vivo come un'adottata transrazziale con genitori adottivi che mi hanno imbiancato al punto che si aspettano che affronti il razzismo perché non riescono a capire come sia realmente. Oppure dicono cose come "Beh, ti abbiamo cresciuto bianco, quindi è quello che sei". O "Beh, saresti potuto rimanere con la tua vera famiglia", tranne per il fatto che non avevano davvero idea della mia famiglia biologica e di mia madre; altra idea se non quella di usare la manipolazione e la collusione che mia madre ha dovuto affrontare prima che i miei genitori adottivi firmassero quell'assegno per comprarmi.

Non siamo tutti indesiderati! Eravamo amati, ma un'industria da miliardi di dollari è intervenuta e ci ha affondato i denti, a sua volta, rompendo quel legame madre e bambino nel nome di $$$.

Sono arrabbiato e rimarrò arrabbiato fino a quando l'industria privata dell'adozione di bambini non sarà morta!

Puoi seguire Gypsy su TikTok @gypseadoptee

Andrea condivide su Adoptee Rabbia

Questa è una serie su Adoptee Anger dall'esperienza vissuta, per aiutare le persone a capire cosa c'è sotto la superficie e perché gli adottati a volte possono sembrare arrabbiati.

di Andrea Johnstone, adottato dal Canada all'Inghilterra.

Ero arrabbiato da adolescente! Volevo così disperatamente che mia madre e mio padre adottivi mi vedessero per quello che ero e che soddisfassero i miei bisogni emotivi. Non è mai successo. Ero il bullo della scuola perché ho dovuto imparare a proteggermi da tutti i commenti razziali.

I miei insegnanti di scuola mi dicevano: "Non sei altro che un negro!" Sì, è proprio così, fottuti insegnanti di scuola. Sono stato tirato su per il mio maglione e sbattuto contro il muro da un insegnante di educazione fisica che mi ha detto: "Ti odio Andrea Johnstone!" cmq!! Quindi sì, ero fottutamente arrabbiato. I ragazzi non sono mai stati puniti per il loro comportamento razziale. Gli insegnanti non avevano idea che vivessi in una famiglia molto disfunzionale: madre narcisista con un padre depressivo e passivo. Quindi diavolo sì, ero arrabbiato!

Tuttavia, le cose sono cambiate e sono andato in terapia profonda dopo un tentativo di suicidio. È stato un lungo viaggio di ritorno a se stessi. E ora sono qui a sostenere molti adottati nel Regno Unito. Quindi tutto doveva essere, poiché conosco quel dolore, conosco quella rabbia interiore. Conosco la ferita primaria perché ci sono stato.

Quella rabbia continua ancora a volte a ribollire dentro. Ma ora so come lenire il suo xx e nessun rimpianto. Tutte le mie esperienze di vita sono ciò che sono oggi. Sono una donna dannatamente straordinaria e saggia che ha imparato ad amarsi veramente e a ricordare che ero quella che stavo aspettando. Per dare a me stesso ciò di cui avevo bisogno.

Tutto il guardare fuori di me stesso, l'amore che cercavo con gli uomini, no... Posso avere una relazione sana con qualcuno solo quando ne avrò una prima con me stessa. E lascia che ti dica che ci sono voluti decenni per risolverlo.

Devi scavare a fondo, signore e signori, perché questo viaggio da adottati non è una passeggiata nel parco. xx

Per i compagni adottati che necessitano di supporto professionale, Andrea è una psicoterapeuta nell'area di Bournemouth UK, puoi metterti in contatto con lei su Psicologia oggi Regno Unito.

Le mie realtà di essere adottato dalla Cina

di Xue Hua adottato dalla Cina negli Stati Uniti.

Ciao a tutti! Mi chiamo Xue Hua e sono stato adottato all'età di 1 anno da Hunan, in Cina. Vivo a Indianapolis negli Stati Uniti, dove sono cresciuto. I miei genitori (bianchi americani) hanno avuto 3 figli biologici e poi mi hanno adottato quando il più giovane aveva 7 anni. Circa un anno dopo avermi adottato, abbiamo adottato un'altra ragazza dalla Cina, e poi un'altra circa 3 anni dopo. Quindi siamo una famiglia con un totale di 6 ragazze – 3 biologicamente imparentate e bianche, e 3 adottate e cinesi.

Anche se è stato sicuramente bello avere fratelli che sono anche POC e adottati (che so che molti non hanno), è stato anche abbastanza difficile avere fratelli bianchi. Negli ultimi 2 anni, ci sono state delle gravi ricadute familiari, e da parte mia, molto a causa del modo in cui abbiamo comunicato/non comunicato sulla razza e l'adozione. È difficile perché avevo davvero ammirato le mie sorelle maggiori, e si sono vantate di essere molto "sveglie" e orientate alla giustizia sociale, ma tuttavia si sono ampiamente rifiutate di riconoscere come hanno contribuito alle mie esperienze con il trauma razziale in la nostra famiglia, e questo è stato un grande punto di rottura recente nelle nostre relazioni. Fortunatamente, sebbene mia madre sia abbastanza conservatrice, è stata molto più comprensiva e disposta a guardarsi onestamente.

Un altro tema importante nelle storie di molti adottati è il problema dell'abbandono, a cui non sono estraneo. Oltre ad essere ovviamente dato in adozione e vivere in un orfanotrofio da bambino, mio padre adottivo, a cui ero molto legato, è morto quando avevo 8 anni. Sebbene io e mia madre siamo sempre stati vicini, aveva la tendenza a chiudersi quando il conflitto e lo stress aumentavano, quindi ho trascorso gran parte della mia infanzia (soprattutto dopo la morte di mio padre) sentendomi anche emotivamente abbandonato. Vedo molti altri compagni adottati nei nostri gruppi sui social media che condividono lotte simili!

Una cosa che mi ha aiutato molto durante il mio percorso di adozione è stata diventare amica di altre donne asiatiche. Mentre ci sono momenti in cui mi sento "più/troppo bianco", il più delle volte mi sono sentito molto incluso e accolto. È stato anche un ottimo sfogo per discutere di razza e razzismo con altri adottati che capiscono veramente di cosa sto parlando / vivendo.

Un'altra cosa che è stata utile è scrivere. Di recente ho scritto un pezzo di saggistica creativa personale sull'essere un adottato transrazziale e ha vinto il "migliore" della categoria saggistica nella rivista letteraria e d'arte del mio college! È stato così catartico raccontare la mia storia agli altri ed essere così generosamente riconosciuto per averlo fatto. Consiglio vivamente a tutti gli altri scrittori adottati di condividere la tua storia, sia per uso personale che pubblico!

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